Un genitore mi ha scritto qualche mese fa con una domanda semplice: "Mio figlio ha 7 anni, è iperattivo e non riesce a stare fermo. Le arti marziali potrebbero aiutarlo?" Gli ho risposto con una domanda: "Cosa intende per aiutarlo?"
Si è fermato a pensare, poi ha scritto: "Vorrei che imparasse ad ascoltare, ad aspettare il suo turno, a non esplodere ogni volta che qualcosa non va." Quel bambino è entrato in palestra tre mesi dopo. Oggi, un anno e mezzo più tardi, la maestra lo ha citato come esempio in classe per la sua capacità di gestire la frustrazione. Non è un caso isolato.
Le arti marziali per i bambini non insegnano a combattere, insegnano a stare nel mondo.
La maggior parte dei genitori arriva con un'aspettativa: il figlio imparerà a difendersi, diventerà più disciplinato, sfogherà l'energia in eccesso. Tutto questo succede, ma non è il cambiamento più importante.
Il cambiamento più importante è più sottile e più profondo, riguarda il modo in cui il bambino impara a stare con se stesso. In palestra, per la prima volta in molti casi, il bambino si trova in un ambiente in cui sbagliare non è una vergogna, in cui ricominciare è la regola e non l'eccezione, in cui il progresso è personale, un confronto con se stessi di ieri e non una gara con gli altri. Questo tipo di ambiente è raro, e i bambini lo sentono immediatamente.
Dico ai genitori una cosa molte volte: prima di scegliere una palestra per vostro figlio, osservate il maestro, non le tecniche che insegna, il maestro. Come parla ai bambini? Con loro, o a loro? Quando un bambino sbaglia, qual è la prima reazione? C'è spazio per la risata, per il gioco, per la fatica vissuta come avventura, o tutto è serio, rigido, corretto?
Un bambino non ricorderà le forme del Kung Fu che ha imparato a sette anni, ricorderà come si sentiva in quella palestra e se aveva voglia di tornare.
Nelle prime settimane i genitori notano le cose ovvie: il bambino si stanca di più, dorme meglio, sfoga l'energia in modo diverso. Dopo qualche mese iniziano a notare qualcosa di più interessante: il bambino si arrabbia meno, gestisce meglio la frustrazione, sa aspettare, ha imparato che le cose difficili si superano continuando e non mollando.
Dopo un anno quello che resta è qualcosa che non si vede ma si sente, una solidità, una capacità di stare nelle situazioni scomode senza crollare. Questi sono i benefici che durano tutta la vita, non le tecniche di Kung Fu, ma la mentalità che si costruisce imparando a cadere e rialzarsi ogni settimana.
Ho visto due tipi di bambini trasformarsi in palestra in modo quasi speculare. Il bambino timido che non alzava mai la mano, che si nascondeva dietro i genitori, che sembrava sempre sul punto di piangere se qualcosa andava storto: dopo sei mesi era il primo a fare domande, il primo a ripetere l'esercizio difficile, il primo ad aiutare i compagni nuovi.
Il bambino iperattivo che non riusciva a stare fermo neanche trenta secondi, che interrompeva, che scoppiava in crisi se doveva aspettare il suo turno: dopo sei mesi aveva imparato che la sua energia aveva uno scopo, non era scomparsa ma era stata trasformata.
Non è magia, è il risultato di un ambiente che prende il bambino dove è, non dove vorremmo che fosse, e lo accompagna passo dopo passo.
Non esiste un'età sbagliata per iniziare. Alla P.A.M.A. Academy lavoriamo con bambini dai 3 anni. A 3 anni non si insegnano tecniche, si insegna a muoversi con consapevolezza, a rispettare lo spazio degli altri, ad ascoltare. Il Kung Fu è il veicolo, l'obiettivo è la persona.
Le arti marziali non cambiano i bambini, creano le condizioni perché i bambini cambino da soli.
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